- C'è l'hai un buco, anche al bancone?
Quando vi sono sono i tavoli accerchiati dalle persone con il prodotto di Bacco al centro ad essere venerato così esordisco di solito all'osteria.
La luce attenuata, il ciak ciak delle scarpe sul terreno, il colore marrone predominante, di quel legno, una volta forse pregiato che è che lì dal doppio dei tuoi anni ma che ne dimostra 4 volte tanto e sembra raccattato al cassonetto di fronte, tavoli che portano le cicatrici di dediche, di accasciamenti, di battute di bicchieri, di testa, di pugni di strozzi delle briscole.
Il vino, il principe dell'osteria, il re. Comanda lui. Ne ordini una bottiglia, hai tutta la notte per soddisfarla, lei ha tutto il giorno dopo per fartela pagare, specie se non l'hai portata a mangiare, diventa un rapporto a tre, dopo la rossa ci vuole la bionda, Bacco e Tabacco rimano assieme, a volte può apparire Venere ma raramente si trattiene e spesso al mattino diviene Medusa.
Il dolce aroma ti avviluppa i sensi, diviene l'amico col quale parlare, ti da una pacca sulla spalla, un breve movimento, vorresti lasciare che il tuo sedere lasciasse quel rugoso e duro sgabello, nodoso, finire per terra, steso e guardare quel soffitto, alto, pieno di poster sbiaditi e di oggetti antichi, alcuni fatti di cocchi ricomposti che diventano specchio della tua dignità in questo momento. L'aria si raffredda, il silenzio comincia a dettare i suoi tempi, il calore umano si dirada.
Un'altra bottiglia grazie, le ore diventano piccole e la notte si fa grande, rimangono solo gli intrepidi, coloro che hanno da confessare, che devono guardarsi dentro, urlando il loro dolore e facendolo rimbalzare contro il legno duro del tavolo per fronteggiarlo, i giovani diventano anziani, avendo bisogno di un bastone e poi all'improvviso si diventa bambini, camminando a carponi.
Non c'è due senza tre e la diaspora vien da se.
Il ricambio avviene, qualcuno entra, impavido, urlando la sua rabbia al mondo, la sua felicità, lo conosci, ci si conosce tutti, la fisiognomica è fondamentale, sappiamo chi siamo, un cenno, un saluto qualche volta uno scambio veloce di cortesie, ma ci si chiede perché si è lì a quell'ora e da soli, perché non si ha una compagnia, perché non va dalla propria famiglia. Un macchina del tempo indirizzata al futuro molto mossa e sbiadita.
La nebbia impera, quel grigiore dell'aria e dei tuoi polmoni, la lingua rosso sangue, la quarta è con te, hai trovato compagnia, le parole fendono il fumo, ci si guarda come si fosse innamorati, si gioca e si parla aulico storpiando la l'italiano, un'autobiografia del presente in 30 parole mal assortite ma tanto basta, le scelte musicali del gestore, la richiesta di un pezzo, universale, rimembra ad entrambi qualcosa, di divertente e triste.
La quinta, l'eroica, la dividi, simbolo di un unione flebile e fugace nemesi del vino, duraturo e che penetra in profondità, il discorso continua, le fiamme ardono, delle candele, esci dal tempo.
La sesta ti porterà alla pastorale, a camminare fuori, a cadere sulla strada, che ti avvolge come una coperta, cadete in due, uno aggrappato all'altro, incapaci di gestirsi insieme, ma questa sera non potete fare a meno l'uno dell'altro, inutile avventurarsi nel mondo, meglio tornare al nido.
L'oste sorride, vi guarda, ti prepara un amaro, di quelli che riserva per te, il tuo fegato ha il passaporto in mano e saluta. Tu barcolli, cadi, ti rialzi, ma guarderai ancora una volta il sole che sorge negli occhi.